“NOTE DI GIOIA” – VEGLIA DELLA NOTTE DI NATALE (24 DICEMBRE 2025)

“NOTE DI GIOIA” – VEGLIA DELLA NOTTE DI NATALE (24 DICEMBRE 2025)

NASCERE

«La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo». (Gv 16,21).

Questa notte ho una ninna nanna nel cuore, la «Ninna nanna della notte di Natale». La chiamo così perché fin dalla mia infanzia è la canzone che ha accompagnato quasi tutte le mie messe della notte della vigilia. È una ninna nanna che ogni volta, negli anni, ha saputo e sa ancora parlarmi, mi commuove profondamente, è a tratti struggente e molto intima. Racconta le sensazioni provate dalla mamma di Gesù la notte che lo ha dato alla luce e che è venuto al mondo. Parla della meraviglia, dello stupore che prova nel tenerlo fra le sue braccia, della consapevolezza del futuro che lo attende e della fiducia che quel futuro porterà ad una grande gioia, senza tralasciare, però, il senso di angoscia che già la inquieta per il dolore che un giorno la attende e che sa di dover provare. Ma la parte che più mi commuove in questa canzone è quella che rivela il suo aspetto più sincero e profondamente umano. Maria è sognante e si lascia andare al desiderio: «Ninna nanna, ninna nanna mi hanno detto sai che domani, tu domani il mondo cambierai, ma per questa notte lasciami sognare che sia io a doverti mostrare la strada da fare», e ancora «ma stanotte, questa notte, dormi bimbo mio. Stai tranquillo, mi ricordo bene che sei Dio. Ma vorrei sentirmi solo un’ora, in fondo, come si sentono tutte le mamme del mondo». La sensazione di immensa gioia che si prova nel dare la vita, quel momento magico in cui si vorrebbe poter fermare il tempo per trattenere il più a lungo possibile l’emozione indescrivibile ed il ricordo… questo per me è stato il dono più grande mai ricevuto nel corso della mia vita e i giorni (ben due) in cui mi sono sentita capace di una forza e di una potenza di cui non mi ero mai resa conto prima. Il mio corpo sapeva già cosa fare, la natura ha fatto il suo corso attraverso una me incredula, ma allo stesso tempo preparatissima e pronta, fiduciosa di quello che stava accadendo, malgrado il dolore e la fatica. Sono stata molto fortunata, nonostante e dopo una prima esperienza dolorosa di perdita e buio, ho avuto due parti meravigliosi, molto diversi tra loro, ma che entrambi hanno lasciato in me un ricordo potente e profondo. Scrive Giovanni nel suo Vangelo (16, 21): «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo». Quanto è vero! Io stessa non ci credevo finché non l’ho sperimentato sulla mia pelle… il dolore sparisce non appena il bambino nasce. La nascita porta con sé una sensazione così forte di pienezza, felicità e gioia, capace di cancellare in un battito la sofferenza provata fino al momento appena precedente. Nella sua lettera pastorale Servire la vita, servire la gioia di vivere, il nostro Vescovo Francesco scrive: «La vita umana, perché si dia e ci sia, perché cresca e perché si esprima, domanda che qualcuno vi si chini sopra benevolmente, vi si accosti con meraviglia, la accolga con senso di responsabilità, con attesa indifesa e con la decisione ferma e tenace di mettere a disposizione ad ogni passo tutto ciò che quella vita richiede per essere custodita, protetta, alimentata, fatta crescere, educata». Ecco, questa è la notte della meraviglia, e mi rivolgo a te, caro Gesù Bambino: non saprò mai esserti sufficientemente grata per avermi dato la possibilità di sperimentarla, questa meraviglia, e di poterla custodire nel mio cuore ogni giorno, a partire da quel 12 gennaio 2015 e 6 giugno 2017… i due giorni più intensi e, letteralmente, meravigliosi della mia vita. Benvenuto nuovamente al mondo, in mezzo a noi… buon Natale!

CONDIVIDERE

“Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi esegni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati” (Atti 2).

C’è più di un modo per percepire la presenza di Dio, dell’Eterno, del Padre che ci ha creato, amato e redento: facendoci piccoli con i piccoli, umili e miti per cogliere il lieve tocco della Sua carezza che ama sfiorare la vita e la storia, che ama agire con delicatezza. Il modo più eloquente ed innegabile è condividere, marchio inconfutabile che riporta alla segreta verità del cuore umano, essere fatti per la comunione, essere relazione. Noi crediamo e celebriamo proprio in questo tempo che l’Artista divino ha scelto di avvicinarsi all’umanità, ha scelto di condividere la nostra natura e condizione umana, facendosi piccolo bimbo, bisognoso di tutto e di tutti, anche della tenerezza di una mamma e della custodia di un papà, perché nessuno avesse paura di starGli accanto e di prenderLo con sé. Condividere è la prima esperienza umana che ci viene data, sin dal concepimento e poi nascendo ed ricevendo tanti doni nella vita, gratuitamente, dagli altri più prossimi, genitori, parenti o vicini, che ci regalano con la loro stessa presenza, uno stile nello stare al mondo. Verità profonda della nostra condizione umana, nella quale «Io sono se noi siamo, davvero felice se tutti gli altri sono felici», reinterpretando liberamente un passaggio introduttivo della lettera del Vescovo. Affinare lo sguardo ed il cuore per ritornare alla primitiva essenza: la necessaria e salutare condivisione di vita e di presenza, dove ciascuno è ricchezza e stimolo, sfida per l’altrui crescita. Condividere per restituire ciò che abbiamo ricevuto in dono, per riconoscerci umani e scoprire chi siamo. «Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno». C’è un modo particolare con cui il nostro Dio ha scelto di condividere la vita, abitando al centro del nostro cuore, rispettosa presenza in attesa di essere riconosciuto e ricambiato nell’amore. Un modo che dall’interno educa ad apprendere l’arte della condivisione semplice e serena di ciò che si è, nel dono che arricchisce ciascuno per la sola presenza dell’altro, misura della propria capacità di amare. Condividere la presenza e la cura reciproca è testimonianza autentica dell’aver incontrato il Signore Gesù, sinfonia di uno spartito che è la comunità parrocchiale ed umana, dove si apprende dai gesti e dagli atteggiamenti a donare ed a donarsi in un modo singolare, sull’esempio di Colui che non ha guardato a spese ed a costi per ricolmarci dei suoi doni. «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere». Credo che sia questa la prima fondamentale esperienza, la gratuità di un amore preveniente e costante, di un’attenzione formativa ai più veri bisogni dell’anima e del corpo, aver sperimentato la presenza di Dio in una viva e calorosa interazione, in famiglia e nella comunità parrocchiale dove sono cresciuta, che mi ha spinto a guardare con curiosità e speranza alla vita, dandomi lo slancio per un passo più impegnativo, per un’avventura senza calcolare costi e ricavi, in un’economia un po’ stravolta rispetto ai criteri soliti, guidata da un’altra logica che illumina ed eleva la connessione profonda tra cuori umani. Un’esperienza che continua, con le sue fatiche ed i suoi slanci, nella comunità religiosa ed ecclesiale, nel cogliere, pur tra fatiche e slanci, che solo insieme si cammina. «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro».

ACCOGLIERE

«Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo ha accolto voi, per la gloria di Dio» (Rm 15,7). «Siate accoglienti, ospitali gli uni verso gli altri, senza mormorare» (1Pt 4,9). «Fratelli, l’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli» (Eb 13,1).

Nella notte della tua nascita noi proviamo a raccontare la nostra nascita o rinascita come cristiani, come fratelli di una comunità cristiana, come custodi di una possibile accoglienza. Prima di parlare di nascita dobbiamo però parlare di morte. La morte di un padre, di un marito, di un cuoco della festa della comunità di Longuelo. Una morte improvvisa che ci ha travolti, che ha fatto a pezzetti la nostra quotidianità, che ci toglieva il fiato di continuo. Questa morte è stata però per noi l’incontro con questa Comunità. Non eravamo abituati ad entrare in questa tua casa di cemento, provavamo ad entrare in altre tue case ma sempre con un po’ di fatica, ma dal giorno del funerale, questa tenda piano piano è diventata per noi un luogo familiare, un luogo di incontro con la Comunità, un luogo di incontro con te. Siamo stati accolti come fratelli e così i nostri figli. Ci è stato dato da subito il compito di occuparci degli adolescenti e con gli anni ci sono stati affidati altri piccoli compiti per noi importanti nel nostro cammino di cristiani e che ci hanno piano piano portato a restituire in parte tutta l’accoglienza che abbiamo e che quotidianamente ancora riceviamo da questa nostra comunità. Questa comunità che tu conosci bene e che ci hai donato è competitiva, attenta ai dettagli, appassionata e ha il grande mandato, la grande vocazione all’accoglienza. Il nostro desiderio di accogliere che si muoveva in noi probabilmente da sempre, ha trovato qui dimora e cerca tutti i giorni di rispondere al compito che ci sentiamo chiamati a portare avanti. Caro Gesù bambino, la nostra famiglia è qui per ringraziarti in questa notte per essere entrato nelle nostre vite senza fretta, rispettando i nostri tempi e trasformando giorno per giorno, con pazienza, un sentimento di vicinanza al prossimo in un atto quotidiano di accoglienza. Ti vogliamo ringraziare in questa notte speciale per aver fatto nascere in noi il desiderio semplice e quotidiano di conoscere la tua vita e la tua parola, di aver messo al nostro fianco dei compagni di viaggio importanti, delle guide che hanno saputo e sanno arrivare sia alla nostra mente che al nostro cuore e che sanno raccontarci di te in modo appassionato e irrequieto, ma anche con mitezza e profonda spiritualità. Grazie per la pazienza che hai con noi e con questa comunità in tutte le nostre umane imperfezioni.

SERVIRE

«Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». (Mt 20).

Nella notte di Natale potrebbe essere il momento buono per farsi delle domande e cercare di darsi delle risposte. Tra le tante, queste potrebbero essere le più importanti: La vita è un dono di Dio? Se si, come vivere pienamente la vita che ci viene donata? E come viverla insieme agli altri, in relazione con le persone e con gli esseri viventi, sapendo che anche a loro la vita è donata? Se siamo tutti convinti che la vita è un dono certamente è un dono particolare perché non comporta un passaggio di proprietà. Ci è da Dio affidata. E se la nostra vita — come quella degli altri esseri viventi con cui entriamo in relazione — non ci appartiene, allora nemmeno gli altri ci appartengono. La vita non ci appartiene. Gli altri non ci appartengono. Servire non è altro che questo: essere legati a qualcuno che non ci appartiene, mettersi a disposizione di una vita che non è la propria. È certamente un’azione esigente, perché non è mossa dal successo né dal desiderio di affermazione. Parla di relazione intima e del modo specifico che Gesù ci ha insegnato per vivere pienamente una vita donata. Altrimenti si respira, si cammina, si mangia, si dorme… ma non si vive davvero. Si sembra vivi, ma si calpesta la propria vita e quella degli altri. Per questo servire è una parola seria, profondamente concreta. Non c’è in gioco l’essere buoni, né il guadagnarsi la salvezza o l’onorabilità. C’è in gioco il senso profondo del vivere. Non a caso, per i Romani servire significava essere legati, essere vincolati a una relazione. Non un gesto occasionale, ma una condizione. Nel Vangelo Gesù trasforma i criteri con cui abitualmente misuriamo il valore di una vita: il potere, il ruolo, la visibilità, il comando. “Tra voi non sarà così”, dice. Non sarà così come nel mondo che domina, che opprime, che si impone. E nel Vangelo servire ha sempre a che fare con la concretezza di un corpo: lavare i piedi, spezzare il pane, dare la vita. Non è un’idea. È un gesto concreto che costa tempo, fatica, esposizione a sensazioni, odori, sguardi, giudizi. Servire è relazione. Non è questione di potere né di sottomissione. È questione di agire con l’altro, non sull’altro e non al posto dell’altro. È scegliere una prossimità che non domina e non si ritrae, ma cammina accanto, condividendo peso e direzione.

FESTEGGIARE

«Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno vino. … Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». (Gv 2).

Signore, in questa notte di Natale mi viene spontaneo parlare con te. Ti sento vicino. È così strano, è così bello. I tuoi angeli avevano detto ai pastori: «Andate a Betlemme. Vedrete un bambino avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia. È Dio quel Bambino. Viene a portare la pace. La pace di Dio». I pastori andarono. Un sorriso li accolse. Tutto diventò una festa e la notte si illuminò di gioia. Nel mondo non ci sono troppi motivi per fare festa. Anche tu lo sai, Signore. Guardando cosa siamo capaci di fare, a volte c’è d’aver paura a essere uomini. Ma questa notte mi fido di te, Signore. Tu, un Dio che si fa Bambino. Se questa notte Tu si sei fatto uomo, non mi vergogno e non ho paura di essere uomo. Signore, mi sembra impossibile: ho il cuore in festa. Questa è una notte santa. È festa perché mi sento amato così come sono. È festa perché tu hai fiducia nella vita, nell’amore, nella pace. Hai fiducia in me. È festa perché tu, che sei Dio, ti fai uomo. Tu vieni per l’uomo che crede e per l’uomo che non crede, per chi è santo e soprattutto per chi è peccatore, per chi è forte e soprattutto per chi è debole. Tu ti fai uomo perché l’uomo sia più che uomo. Tu ci hai cercati e ci hai trovati. Ci stavi aspettando, colmo di ansia e di speranza. Tu sei la nostra festa, noi siamo la tua festa. Adesso che sono qui so che Tu sei colui che tutti aspettiamo, cerchiamo, di cui abbiamo bisogno. Tu sei la gioia. Oggi tu nasci per me e io posso rinascere per te. Hai preparato una mensa e mi inviti a mangiare. La mensa è una mangiatoia e tu sei il pane. Mangerò questo Pane. E sarà vera gioia. Verrò con tutti quelli che tu hai invitato. E sarà vera festa.